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Pedala, pedala! – La tortuosa scalata al professionismo

Foto di La Nuova Sardegna

Ieri il 100º Giro d’Italia si è aperto in Sardegna e ha attraversato, tra le tante strade, anche quelle della mia città. Ho sempre pensato che assistere ad un evento sportivo di così alto livello fosse qualcosa di emozionante. Così, in compagnia di gelato e crema solare ho sfidato il caldo sole di mezzogiorno – che la mia isola ha gentilmente offerto a questi poveri atleti – per godere dal vivo dello spettacolo.

I passanti, riuniti sul ciglio di una strada generalmente stracolma di automobili, hanno festeggiato entusiasti al passaggio di una lunga fila di fenomeni del ciclismo mondiale, velocissimi e curvi sui loro telai.  Tra trombette da stadio e il rumore dell’elicottero che sorvolava il corteo ho potuto cogliere tantissimi commenti differenti, tra i quali anche qualche “io non ci riuscirei mai!”. Ammetto che è stato anche il mio primo pensiero. Poi, per deformazione professionale, ho anche ripensato a tutte le volte in cui, parlando del mio lavoro a qualcuno non del settore, arriva la fatidica domanda:Allora, quando andrai anche tu a uno di questi tornei visto che si guadagna così tanto?.
A quel punto non so mai cosa rispondere. Non che un po’ non li capisca eh, è difficile farsi un’idea di quanto tu debba essere bravo a un videogioco per arrivare a competere a livello internazionale se l’unico tuo rapporto con il medium è andare in un qualsiasi supermercato e additare ogni dispositivo videoludico come “un Nintendo“.

Il problema, a volte, è che nemmeno gli stessi appassionati di esport riescono a percepire la bravura di un campione del mondo rispetto al giocatore talentuoso “della domenica”. Allora mi sono posta la domanda: come si affronta la scalata al professionismo negli sport elettronici?

Che vinca il migliore

SKT T1 Faker - scalata al professionismo
Lee “Faker” Sang-hyeok, foto di Riot Games

Prendiamo come esempio il popolare MOBA League of Legends: se la vostra risposta è “basta vincere le ranked e arrivare in cima alla classifica del server” non potreste essere più lontani dalla verità.

A darci un quadro esatto della realtà sono spesso i veri professionisti e gli aspiranti tali. Michael “Imaqtpie” Santana, ex membro dei Dignitas, ha dato un’idea esaustiva della differenza tra un pro e un Challenger (rank massimo raggiungibile giocando competitivamente a LoL nda) qualche giorno fa durante una sua diretta streaming su Twitch:

«Come fai ad arrivare nella scena professionista se sei Challenger in Nord America? BE GOOD. Essere Challenger non è abbastanza, devi essere bravo. Lo ripeto ogni volta, un bravo giocatore è Challenger ma un giocatore Challenger non è bravo. Arrivare top tier non ti rende automaticamente bravo ma se tu pensi di esserlo dovresti essere in grado di arrivarci.
Una volta li, però, devi effettivamente dimostrarlo facendo colpo sulle persone. Ed è questa la parte difficile, perché molti non si impressionano facilmente.»

Anche Eric “Licorice” Ritchie, attualmente nel team della Challenger Series eUnited, è arrivato alla stessa conclusione parlando dei suoi allenamenti contro le squadre LCS su Beyond the Rift, insieme a William “scarra” Li e allo stesso “Imaqtpie”: «Quando ti capitano le squadre delle migliori organizzazioni, come TSM o C9» ha dichiarato, «se giocano come si deve finiscono la partita in 20 minuti, altrimenti cazzeggiano».

Questo discorso, ahimè, si applica ormai a qualsiasi genere competitivo sul mercato, non solo ai MOBA. Che tu trascorra le nottate in bianco su Hearthstone o abbia finalmente raggiunto quel fatidico Grandmaster su Overwatch, avrai sempre da imparare da un pro.

Git Gud

git good - scalata al professionismo

Tornando alla fatidica domanda dunque, sicuramente quella del professionismo non è una carriera adatta a me. Pur gradendo la competizione, non sono abbastanza risoluta e talentuosa per buttarmi in una simile impresa.
In Italia e nel resto del mondo però, essa rappresenta il sogno di tantissimi giovani (e non) che vedono nel lavoro del pro-player un mezzo per guadagnare attraverso la propria passione ma anche uno strumento per affermarsi nel settore e diventare l’idolo del pubblico.
Ma se la differenza è davvero così tanta come si fa a raggiungere un traguardo del genere? Per dirla con un motto caro a tanti appassionati di videogiochi, l’unica strada percorribile per il successo è una: non smettere mai di migliorare.

Come in qualsiasi sport o competizione, per arrivare così in alto è necessario superare quotidianamente i propri limiti e non accontentarsi mai. Alla pari di ogni grande campione che si rispetti, il videogiocatore che vuole competere contro i migliori al mondo deve impegnarsi all’inverosimile, allenarsi e imparare dai propri errori, senza cadere nella tentazione di pensare di essere “già arrivato” o “bravo abbastanza”.
La scalata al professionismo ovviamente è tortuosa, in salita e non priva di ostacoli. Ma per arrivare alla fine del percorso bisogna pedalare e non fermarsi mai.

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Altre info su Erica Mura

Dopo aver terminato i suoi studi in giornalismo continua a stare ore a giocare al PC, ma con meno sensi di colpa. Adora i videogame perché ama immergersi nelle atmosfere magiche di qualsiasi mondo fantasy - da Lordran a Runeterra, da Atreia alla Sardegna. Dal cibo, sua altra grande passione, ha portato all'interno delle sue esperienze videoludiche la predilezione per il sale.

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